RegTech
Un ambiente protetto per innovare nel FinTech: il Regulatory Sandbox

Innovation Facilitators: strumenti per sperimentare in sicurezza

“Il crescente uso della tecnologia nel mondo della finanza (‘FinTech’) negli ultimi anni ha aggiunto elementi di complessità e posto sfide per i regolatori e i supervisori in tutto il mondo”. Queste parole contenute nel Regulatory Sandboxes and Innovation Hubs for FinTech” report del Parlamento Europeo (settembre 2020) inquadrano chiaramente il ruolo dei cosiddetti Innovation Facilitators, gli strumenti creati per gli istituti finanziari al fine di sperimentare nuove tecnologie e servizi in un ambiente di test protetto e supervisionato dal regolatore.

Post precedenti sul RegTech

Il Regulatory Sandbox in Europa: funzionamento e obiettivi 

Tralasciando per il momento l’Innovation Hub, è utile fare un punto sul Regulatory Sandbox, uno strumento inaugurato dal Regno Unito nel 2017, ma che si è già diffuso a livello Europeo e non solo (ad esempio, a Singapore). Il termine sandbox identifica quegli spazi recintati dal fondo sabbioso dove i bambini giocano in sicurezza ed è stato poi trasferito nel lessico informatico per indicare un ambiente sicuro in cui testare nuovi software prima del rilascio. Anche per la Regulatory Technology il concetto non cambia: il sandbox è un’area protetta dedicata all’innovazione, in cui gli istituti finanziari, supervisionati dalle autorità di settore, possono sperimentare, ovvero creare ambienti di test e sviluppo con alcune deroghe normative. Oltre a ciò, lo scopo è “aumentare la comprensione da parte dei supervisori delle nuove attività FinTech e i loro modelli di business” (fonte: Parlamento Europeo). Per sintetizzare al meglio gli obiettivi del Regulatory Sandbox, è utile riportare i 4 punti elencati in un dettagliato articolo di fintastico.com.

  1. Agevolare la fase di test di beni e servizi in un ambiente controllato.
  2. Ridurre il cosiddetto time-to-market e ridurne potenzialmente il costo.
  3. Sostenere le aziende nell'identificare i presidi migliori per tutelare gli utenti.
  4. Agevolare l’accesso a risorse finanziarie.

Non solo, come sottolineato anche dal report sul SupTech di PWC, questo strumento è pensato anche per:

  1. Favorire un allineamento, tramite la “creazione network tra imprese nell’ambito del FinTech” e il “coordinamento tra autorità”.
  2. Ridurre le incertezze normative, grazie a “linee guida e indicazioni informali”, unite a “chiarimenti sulle novità normative e la loro applicabilità”.

Come sempre, la pratica presenta vari limiti e difficoltà rispetto alla teoria, ma i primi esiti riscontrati dai paesi Promoters del Regulatory Sandbox - in particolare Regno Unito e Olanda - sono stati incoraggianti (riduzione di tempi e costi per l’introduzione di idee innovative sul mercato, facilitazione dell’accesso agli investimenti, collaborazione con le istituzioni innovatrici, ecc.) e hanno spinto altri paesi (i Followers, tra cui rientra anche l’Italia) a seguirne la rotta - in attesa che si allineino anche i cosiddetti Observers (ad esempio, Francia e Germania). Per non dilungarci oltre in questa sede, rimandiamo ai riferimenti già citati per un approfondimento sul tema.

Il Regulatory Sandbox in Italia: a che punto siamo?

Il Regulatory Sandbox è sbarcato anche in Italia, precisamente a partire dalla norma presente nell’art. 36, comma 2-bis del D.L. 34/2019 (il cd. “Decreto Crescita”) in cui si sancisce il potere del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) di emanare decreti per regolare la sperimentazione FinTech. Le domande per accedere al sandbox italiano, oltre ad essere limitate a particolari tipi di attività, devono includere anche requisiti specifici definiti sempre dal MEF (per ulteriori dettagli, si rimanda ancora all’articolo di fintastico.com) e supervisionati dal cosiddetto Comitato FinTech, preposto a formulare linee guida e best practices, e promuovere la comunicazione e il coordinamento tra operatori del settore e istituzioni/autorità. Elaborare proposte di intervento normativo, stipulare accordi con Università, incubatori e società di sviluppo, organizzare tavoli di confronto con gli altri regolatori, semplificare l’iter di ammissione alla sperimentazione e facilitarne l’accesso alle start-up. Queste sono solo alcuni degli obiettivi del sandbox italiano (per un elenco più esaustivo rimandiamo al già citato report di PWC), ripresi dai modelli europei di Regno Unito e Olanda.

In estrema sintesi, il Regulatory Sandbox si configura potenzialmente come uno strumento potente e sempre più necessario per evitare il rischio “di una frammentazione del mercato e dell’impedimento dell’aumento di innovazioni finanziarie nell’Unione Europea” (fonte: Parlamento Europeo) - e oltre.

Noi di Aptus.AI siamo già al lavoro da anni nel settore della Regulatory Technology e abbiamo creato Daitomic, la soluzione di Intelligenza Artificiale che rivoluzionerà il RegTech. Questo sistema di gestione della compliance bancaria è pensato per automatizzare, tramite il Machine Learning, quelle azioni ripetitive che sottraggono tempo alle attività in cui l’elemento umano aggiunge valore. Di fatto, Daitomic può essere visto come un’innovazione affine al Regulatory Sandbox, almeno per quanto concerne l’accessibilità alle norme e l’estrazione automatica di requisiti normativi, ugualmente finalizzate a ridurre tempi e costi per l’adeguamento alle normative Europee e nazionali in ambito bancario. Vuoi saperne di più?

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